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Dopo il Coordinatore della Scuola Calcio Angelo Bassotti, un'altra icona del calcio sabino si apre alle telecamere di Mondo CreCas. È infatti il turno di mister Dario Scoccini, sui campi dal lontano 1984 con la gloriosa Associazione Sportiva Palombara e oggi sulla panchina della Juniores Regionale.

Tanta esperienza, aneddoti e volti conosciuti in un percorso di oltre trent'anni di carriera.

VIDEO INTERVISTA

Mister oggi sei qui, ma in passato tantissime società. Quando e come è iniziata la tua carriera da allenatore?
Ho iniziato nell’84, quando fu rifondata l’AS Palombara, in precedenza Unione Sportiva Palombara. Ricoprivo il ruolo di portiere della Prima Squadra in Terza Categoria e in più iniziai ad allenare la squadra dei Giovanissimi. È stata la prima esperienza, abbastanza positiva, però quello che potevo trasmettere ai ragazzi era poco, anche a livello di insegnamento: quando si finisce di giocare si crede di sapere già tutto, ma in realtà, con il passare degli anni, mi sono reso conto di quanto ero impreparato all’epoca.

Puoi ricordarci alcune delle società per cui hai lavorato?
Ho iniziato con il Palombara come giocatore nel campionato Allievi del 70/71 e come allenatore nell’84. Sono passato alla Tivoli Terme, sono stato a Villalba, poi a Guidonia, al Delle Vittorie e sono tornato al Villalba. La società a cui mi sento più legato, oltre a quella del mio paese, è il Villalba: lì mi sono tolto belle soddisfazioni ed ho imparato tanto perché avevo un maestro come Orlando Di Nitto.

Dal settore giovanile ai più grandi: avrai sicuramente imparato a gestirli diversamente.
Nel settore giovanile non serve un allenatore, ma un insegnante di calcio. Però a livello teorico, perché anche in Prima Squadra si crede che i calciatori siano pronti e invece si vedono delle cose che non vanno bene: delle giocate, degli stop, dei controlli palla in maniera molto approssimativa. Onestamente, vedo alcuni che lavorano con il pallone, però se i risultati sono quelli probabilmente che è un metodo che non va tanto bene.

Che cosa è cambiato, secondo te, in tutti questi anni nel calcio?
Facendo un rapporto con il periodo in cui ho iniziato, il discorso è molto semplice: io credo che noi a livello atletico eravamo molto più forti dei ragazzi di oggi. Questo perché, oltre al calcio, facevamo molta attività fisica: giocavamo a “campana”, facevamo le capriole, salivamo sopra le piante. Perciò a livello coordinativo e di forza la nostra palestra era la piazza; oggi come oggi, se chiedi a un ragazzino di fare una capriola rischi di finire in galera perché si spezza l’osso del collo… Una delle differenze sostanziali è questa. Poi all’epoca non esisteva neanche la Scuola Calcio e giocavano solo quelli che erano più pronti e più bravi, non perché qualcuno gli aveva insegnato qualcosa, ma per merito di madre natura. Oggi c’è molto più da lavorare rispetto a prima: io sono convinto che nel gioco del calcio sono fondamentali la coordinazione e l’equilibrio. Senza di essi, non si può praticare alcun tipo di sport.

Oltre a questo, c’è qualcosa a cui non rinunci pur essendo cambiati i metodi di allenamento?
Io non credo siano cambiati i metodi di allenamento. Tante cose sono solo fumo agli occhi per far vedere qualcosa di diverso. Come era strutturata cronologicamente la settimana di allenamento negli anni Settanta, lo è pure oggi: cambierà l’esercizio, però la finalità è la stessa. Si parte con il lavoro di forza, poi si passa al potenziamento e infine si mette rapidità e velocità nell’ultimo giorno di allenamento ed eventualmente la rifinitura; poi c’è chi la forza la fa in un certo modo anche perché andrebbe fatta su tutte le parti del corpo, si dovrebbe lavorare per le gambe, gli addominali, per gli arti superiori; c’è chi utilizza i gradoni, chi gli ostacoli. Noi, ricordo, non avevamo gli ostacoli e, come si dice a Palombara, facevamo a “sardamontò”: uno si piegava, quell’altro lo scavalcava, quell’altro ancora gli passava sotto. Perciò, chi parla di metodi antichi e moderni per me non dice molto di vero.

Qual è la tua filosofia calcistica?
Cercare di insegnare il più possibile, di essere ordinati in mezzo al campo, non fissarsi sugli schemi, bensì dare un’impostazione tattica mantenendo delle posizioni e giocando di squadra. Personalmente, se avessi il potere per farlo, toglierei addirittura i numeri sulle maglie: a tanti ragazzi chiedi di giocare di qua o di là e rispondono “io sono un 5, io un 6, io uno stopper, io una punta, un martello, uno scalpello”… devi vedere dove giocano! Così come tanti mister che si lamentano “a me manca una punta!”. Ma hai mai fatto giocare il portiere avanti? No? E allora come fai a dire che non può giocarci? Un anno a Villalba vinsi un campionato dove il capocannoniere fu Antonio Giovannozzi, un ragazzo del ’79, che il Direttore Sportivo mi presentò come difensore centrale; io lo spostai centravanti, come non aveva mai giocato. È capitato anche altre volte. Perché dare una posizione fissa ad un ragazzo secondo me è limitarlo. Ma se si trova un altro più bravo in quel ruolo, che fa? Non gioca più? Allora, impara a stare in mezzo al campo, impara ad usare entrambi i piedi, impara a giocare con i compagni di squadra: se impari questo puoi giocare al calcio.

Possiamo dire che il fatto di aver scoperto ruoli alternativi ad alcuni giocatori possa essere una tua soddisfazione personale? Ce ne sono altre che consideri ancora più grandi?
Per me non sono scoperte. Io ho un’idea di gioco e un’idea di impostazione di squadra che nasce da quello che vedo ed ho a disposizione: sono i ragazzi che ti consigliano il modo di stare in campo, vedendo le loro caratteristiche. Per come vedo il calcio, credo che avere due attaccanti esterni molto veloci, due ali anni ’70, giocare con un regista centrale, due cursori, due mezzali, un centravanti bravo sia il massimo e che le squadre più forti di tutti i tempi siano quelle che hanno utilizzato le ali. Però, oggi come oggi, è difficile trovare ragazzi che abbiano queste caratteristiche. Magari averli! Allora devi adattarti, mentre alcuni parlano di modulo. Io non riesco a capirlo, 4-4-2, 4-3-3… che significa? Vediamo le partite professionistiche: si attacca con due, tre, quattro giocatori, al massimo cinque; ma quando si difende lo si fa con dieci, undici giocatori. Perciò, qual è il 4-4-2, il 4-3-3? La fase difensiva è uguale per tutti, la fase offensiva è quella che fa la differenza. Dipende poi dal mister e dalle caratteristiche dei giocatori, ovviamente senza essere spregiudicati al massimo e mantenendo una certa copertura.

Ripercorrendo a ritroso la tua carriera, quale evento ricordi con più piacere?
Due in particolare: la promozione in Prima Categoria del Palombara e il campionato vinto con la Juniores Regionale del Villalba. Di quest’ultimo, parlo del ‘96/’97, perciò non c’erano i gironi di oggi, non c’era l’Elite, ma erano campionati con uno spessore superiore.

C’è stato un momento che classificheresti come peggiore?
La scorsa stagione. Non mi sembra il caso di parlarne, però è stata la più brutta sensazione che ho avuto da quando sto nel mondo del calcio.

Veniamo a due mesi fa. Cosa hai pensato quando è arrivata la chiamata del CreCas e perché hai accettato?
Ho pensato fosse una cosa positiva. Non era una scelta mia quella di stare fermo, ma imposta perché non mi è mai stato comunicato che non avrei fatto parte di un altro gruppo in un’altra società e mi sono ritrovato ad agosto senza squadra. Quando mi ha chiamato il CreCas non ci ho pensato due volte, perché quando dovrò smettere di allenare, dovrò essere io a deciderlo e non gli altri.

Che gruppo hai trovato quando sei arrivato?
Il gruppo è molto forte e competitivo e lo hanno dimostrato i risultati: finché non c’è stata l’emergenza della Prima Squadra abbiamo vinto tutte le partite. Adesso la Prima Squadra ha la necessità di questi ragazzi e da una parte sono molto orgoglioso. Anche perché è molto difficile trovare un mister come Christian Corsi che dà tutta questa fiducia ai ragazzi della Juniores, del ’99: però li fa giocare e ciò mi fa molto piacere.

In questo gruppo, c’è qualcuno che vedi già pronto per una categoria superiore come l’Eccellenza?
Questo lo deve decidere il mister della Prima Squadra. Se dipendesse da me, ne vedo più di uno, però dipende sempre dalle esigenze di squadra: magari quello che vedo io ricopre un ruolo già ricoperto da altri. Per me sono ragazzi che possono divertirsi con il calcio... Ho avuto la fortuna di stare al Villalba nel periodo che c’era David Di Michele e la prima sensazione è stata straordinaria. Parlando subito col mister Di Nitto, dissi “Ma questo da dove esce fuori?”. Lo stesso di Marco Marchionni. Ci ho giocato spesso contro con i ragazzi del Palombara, poi quando l’ho visto al Delle Vittorie, dava la sensazione di essere un giocatore di un’altra categoria.

In questi due mesi cosa hai cercato di trasmettere ai ragazzi per farli crescere?
Sono poco attenti sugli allenamenti. Ho trovato un gruppo che in certi momenti vorrebbe decidere gli allenamenti da fare, mentre io porto sempre avanti un programma che richiede determinate cose.

Le tue aspettative per il futuro prossimo?
A me il calcio ha dato tanto, posso dire più che a Maradona, e finché avrò lo stesso entusiasmo vorrei rimanere in questo mondo.